Libri: La Pira Don Sturzo: Per il Bene Comune

“Lei che pure sofferse del fascismo.” La Pira/Don Sturzo: Pubblicati in volume 38 nuovi documenti sullo statalismo.

Firenze, 12.02.2009 – “. Come vede il problema è di fondo, il dissenso fra di noi è radicale: non concerne le volontà, concerne gli intelletti nostri che sono orientati (in ordine alla vita sociale) in modo opposto: Lei è un liberale, io no! Da qui le drammatiche divisioni sul terreno politico e, perciò, giuridico, economico etc. Potrei, come vede, scrivere un intiero libro su questo drammatico dissenso: esso, purtroppo, ha portato i cattolici alla triste situazione politica odierna: nell’aula ‘sorda e grigia’ di Montecitorio, è ancora presente Mussolini: circa quaranta anni dopo (e dopo quali eventi). Ecco, caro D. Sturzo, il perché del nostro immenso dolore per quanto è avvenuto in questi giorni e che Lei ha avallato: Lei che pure sofferse del fascismo: ma che, tuttavia, per la Sua posizione mentale ‘liberale e rinunciataria’, collaborò (senza volerlo) alla nascita del fascismo nel 1922, si fece in certo modo, propugnatore del fascismo nel 1953, avalla il nuovo fascismo nel 1959 (altro non è il monocolore Segni: lo guida – a parte le intenzioni di Segni – Malagodi e Michelini).”

Culmina così, in una dura lettera del 3 marzo 1959 rimasta fino a oggi inedita, la lunga diatriba tra due delle figure più note del ventesimo secolo italiano: Giorgio La Pira e Don Luigi Sturzo. Il documento è riportato nell’accurato lavoro della ricercatrice fiorentina Letizia Pagliai: Per il bene comune. Poteri pubblici ed economia nel pensiero di Giorgio La Pira (pp. 264, euro 16) appena pubblicato da Polistampa e Fondazione La Pira nella collana «I Libri della Badia».

Il volume, basato su una lunga opera di ricerca e confronto di fonti, esamina la posizione assunta da La Pira di fronte alle emergenze economiche del dopoguerra e le polemiche da essa suscitate, in particolare nel mondo cattolico. Lo fa riportando 38 tra lettere inedite e articoli, in cui lo statista fiorentino confronta le proprie idee con quelle di varie personalità in vista della scena politica italiana. Tra queste appunto don Sturzo, cattolico liberale, fondatore del Partito popolare, con cui scaturisce un’accesa disputa sull’opportunità o meno dell’intervento dello Stato nell’economia. Nello scontro, che si svolge direttamente nei carteggi e indirettamente sui quotidiani, ritroviamo molto del pensiero economico di La Pira, all’epoca molto vicino all’interventismo di stampo keynesiano.

Il sindaco di Firenze si trova nei primi anni ’50 a lottare contro la crisi industriale che colpisce la sua città. Sceglie di difendere l’occupazione, invoca l’aiuto dello Stato, si impegna con i sindacati nelle trattative, arriva a sollecitare l’iniziativa del Partito comunista di Togliatti in difesa “dei disoccupati, dei sottoccupati, dei miseri che ormai da molti anni gettano tanta dolorosa ombra sul volto del nostro paese: un volto che, per via di queste ombre dolorose, cristiano certamente non è” (minuta ad Angelo Costa, 23 novembre 1953).

Le sue posizioni, oltre a essere osteggiate dagli industriali, non piacciono a don Sturzo, per il quale l’intervento dello Stato distrugge ricchezza, quando i problemi della disoccupazione possono essere invece risolti attraverso l’iniziativa spontanea degli imprenditori: “non sono io che disarmo lo Stato di fronte al cittadino che abusa delle sue ricchezze, prodotte dal lavoro della mente e delle braccia; sono gli statalisti che inaridiscono o attenuano le sorgenti del risparmio facendo passare l’economia privata nelle mani dello Stato”, scrive il sacerdote in un articolo pubblicato sul «Giornale d’Italia» il 13 maggio 1954.

È un testo quanto mai attuale quello curato da Letizia Pagliai, come lo è il dibattito sul rapporto tra società e recessione, sul ruolo dell’industria, dei sindacati, delle forze politiche. In ogni periodo di crisi, come ella afferma, riemerge sempre puntuale l’opposizione tra approcci politico-economici statalisti e liberisti. (Gherardo Del Lungo)

Per il bene comune
Poteri pubblici ed economia nel pensiero di Giorgio La Pira

In un quadro di economia globalizzata e di libero mercato diffuso, le contromisure prese per contrastare la più recente crisi del sistema economico-finanziario mondiale sono ben diverse, e non solo per ordine di grandezza e per ritmi di rapidità, da quelle – legate all’ortodossia delle concezioni liberali – cui si ricorse per il crac del ’29.

Da allora, per arginare i ricorrenti periodi di crisi, dovuti ai medesimi meccanismi di speculazione, e nelle seguenti fasi di instabilità e recessione, quasi tutti i Paesi hanno adottato un maggior ricorso ai contributi pubblici. L’intervento dello Stato in economia fu il tema centrale di una controversia fra cattolici alla metà degli anni Cinquanta: da una parte La Pira, importante testimone del mondo cattolico, dall’altra Sturzo, fondatore e segretario del Partito popolare.

“… Intervento ‘statalista’? Lo chiami come vuole: le etichette contano poco; intervenire si deve: ‘intervenire’ è la norma unica di tutta la morale cristiana ed umana…”
La Pira, 20 maggio 1954

“… è tanto difficile definire un’economia quanto crearla; si dirà: economia libera (l’attuale in occidente) ed è vincolata; si dirà economia comunista (quella bolscevica) ed è statalista; si parlerà contro i capitalisti (privati) e si cerca un capitalismo di Stato; si parlerà di stabilità della moneta, e si va verso l’inflazione; e così di seguito: Babele in pieno impiego”
Sturzo, 26 settembre 1955

 

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